sabato 16 ottobre 2004

Il difetto di produzione ai tempi del digitale

Ho di nuovo un portatile, dopo i fatti di Bruxelles. Questa volta ho scelto la serie M6 di Asus.

Durante l’installazione mi sono accorto che c’è un pixel bruciato (come nel glorioso Vaio), anzi è un “white spot”, cioè un pixel che rimane sempre acceso. So praticamente tutto sulla patologia dei display, anche grazie a un articolo di Tom’s Hardware Italia.

Molti si disperano in casi simili e io in genere non sono da meno quanto a perfezionismo.Però mi sono ricordato di un post di Cubiq e di una sua frase “fulminante”:

«[…] in attesa di tecnologie che azzerino il rischio di pixel bruciati, vorrei tranquillizzare i possessori di schermi LCD e esaltare invece il fascino del difetto di produzione che da sempre ha reso un prodotto di maggior valore. Stiamo parlando di macchine fabbricate in serie da altre macchine, l’unico elemento che può renderle più umane è un’imperfezione: il segno indelebile del tocco umano. Un artigiano non potrà mai creare due opere identiche, se vi trovate di fronte a un pixel danneggiato, godetene, avete acquistato un prodotto unico, inimitabile, diverso dalle centinaia di migliaia creati identici».

Forse Cubiq ha ragione nel dire che così il mio notebook è differenziato, riconoscibile, contrassegnato, inconfondibile, imperfetto. E io, perfezionista, mi riappacifico con l’imperfezione che non viene eliminata nemmeno dai tempi del digitale ed è connaturata all’uomo. Forse in questo senso l’imperfezione rende la tecnologia più umana.

E poi quel puntino luminoso mi sta simpatico. Magari mi ci affeziono.



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