lunedì 18 agosto 2014

Io “parlo male” di chi se lo merita

Pecora/lupo

Secondo una retorica del successo che si è recentemente diffusa, specialmente nel mondo delle startup, ci sono degli argomenti che non si dovrebbero trattare, delle forme che non si dovrebbero usare, delle parole che non si dovrebbero dire.

È quella retorica della comunità e della condivisione, dello spalleggiamento e del buonismo. Andiamo, sapete di che cosa sto parlando.

Criticare è considerato un segnale di invidia, meglio un complimento (che costa meno, anzi è gratis), invece di dire no sarebbe meglio dire «sì, e…», la parola “io” andrebbe evitata, meglio “noi”. E altre simili “comandamenti” del politically correct.

Ne comprendo lo spirito ma non sempre sono d’accordo.

Come si fa a costruire comunità sane se i soggetti che si rendono responsabili di comportamenti socialmente riprovevoli (ad esempio condotte professionalmente e/o umanamente scorrette) non vengono indicati a chi non li conosce per come agiscono in onore al divieto di critica? Il gregge non deve essere rifugio di qualche lupo e condividere le informazioni (anche in vista di sanzioni sociali) è un valore più alto del “bon-ton” in un gruppo.

Come si ha l’opportunità di valutare e correggere i propri errori senza una schietta peer review fatta anche di quei “no” che fanno crescere? Le critiche possono essere costruttive.

La necessità di fare gruppo non soffoca a volte individualità brillanti sacrificandone i guizzi all’interesse di non lasciare indietro nessuno e di livellare? L’individualismo non è sempre egoismo.

Non abbiate paura quindi di criticare apertamente, di dire no sinceramente, di dire “io” umilmente.

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mercoledì 6 novembre 2013

Quel bot che fa più engagement della content curation umana

Bot

Quante volte avete letto che il contenuto è il re della foresta del web e che la cura dei contenuti, la content curation, è molto importante perché costruisce valore, rafforza il marchio, attira traffico? Beh, ogni regola ha una sua eccezione ed è di uno strano caso che vi parlerò oggi.

Rosalio, il multiblog di Palermo che gestisco, sta per compiere otto anni e con una certa immodestia posso dire che si tratta di un piccolo caso da manuale (non certo per meriti soltanto miei, gli autori hanno contribuito moltissimo): il blog è considerato una delle principali esperienze local in Italia, è stato citato su giornali e trasmissioni radiofoniche e televisive anche nazionali e ha interagito con la politica, l’economia e la cultura cittadine, persino facendo aggregare i cittadini che poi hanno dato vita a un parco urbano in un terreno inutilizzato, il Parco Uditore. Nell’ambito di questa esperienza, precedente al boom dei social media in Rete, mi sono trovato a dovere fare i conti con l’arrivo del microblogging e di tutto il resto. Quando twitter ha cominciato a svilupparsi mi sono chiesto come poteva utilizzarlo il blog. E qui è arrivata la soluzione (e poi l’anomalia che vi vorrei raccontare).

Nel 2009 abbiamo creato un profilo twitter denominato Palermer. L’idea era di andare oltre alla pubblicazione dei link ai post del blog e di inserire contenuti che riguardassero la città di Palermo, retweet di altri utenti, link a siti e blog che se ne occupassero e coperture live di momenti significativi, ad esempio i terremoti (ogni tanto capitano). Uno di questi contenuti, da noi inizialmente tenuto in scarsissima considerazione, è un aggiornamento meteo. Abbiamo realizzato un bot quindi che prende i dati da Yahoo! Weather e li mette online quattro volte al giorno (mattina presto, tarda mattinata, primo pomeriggio, sera).

Il “problema” è che questo contenuto è uno di quelli che creano maggiore engagement!

Gli utenti retwittano il meteo, a volte commentandolo, e sono pronti a evidenziare ogni piccola differenza climatica tra il loro quartiere e il dato twittato (che viene raccolto nei pressi dell’ex aeroporto di Boccadifalco, ma il territorio è grande e capita che piova in una zona e che il tweet parli di un temporale quando altrove il sole fa capolino). In qualche caso citano il tweet e aggiungono una foto. Spesso lo mettono tra i tweet preferiti.

Insomma, i contenuti selezionati accuratamente dagli esseri umani per essere postati spesso perdono miseramente nel confronto con il bot dal cuore di silicio, amato dagli utenti che gli tributano un quotidiano “sacrificio” di tonnellate di engagement. Non è un po’ frustrante? :)

Non è certo il primo né l’ultimo caso di bot “famosi”, ad esempio qualche mese fa si diffuse una vera e propria febbre per Horse ebooks, un enigmatico profilo che twittava frasi in un certo qual senso poetiche e link a un negozio di libri elettronici sui cavalli. Dopo aver superato i duecentomila follower e avere ispirato una graphic novel si è venuto a sapere che dietro c’era Jacob Bakkila, un ventinovenne che si fingeva bot “per l’arte”.

Nel caso di Palermer invece la vera “star” è proprio un bot, giuro.

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lunedì 15 luglio 2013

Chat gris

Un gatto riposa su un terrazzo. È invisibile ma molto determinato. Noi che siamo determinati lo vediamo lo stesso. A volte la determinazione è invisibile.

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sabato 2 marzo 2013

L’iWatch sarà così?

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domenica 12 agosto 2012

Gotye – “Somebodies”, il mashup di “Somebody that I used to know”

C’hanno detto che la nostra civiltà si sarebbe massificata e al contrario tribalizzata. Non è accaduta né l’una né l’altra cosa. È molto più semplice, con Internet, accedere a materiali introvabili e di nicchia eppure ci sono momenti in cui gli esseri umani vogliono essere accomunati da un’emozione. È accaduto di recente con Somebody that I used to know di Gotye feat. Kimbra.

Il video su YouTube è stato visto ad oggi, a un anno dalla pubblicazione, quasi 300 milioni di volte e molti lo hanno ripreso e coverizzato. Gotye ha messo insieme in un mega mashup molti di quei video. Il risultato, Somebodies è superbo. :)

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