sabato 11 luglio 2015

Le ragazze si dicono forti

Ragazza forte

Le ragazze si dicono forti. Si raccontano di non essere facili e se soffrono è perché non si accontentano di uomini che “una come me non la sanno gestire”.

Woman with balls

Per la storia di cui si sono convinte autocompiacendosi questi maschi sarebbero deboli, senza palle, dubbiosi su ciò che veramente vogliono e incapaci di corteggiarle, prendere decisioni (ad esempio tra la moglie e l’amante, che è una donna forte in genere), amarle, comportarsi da uomini insomma.

Quindi un individuo geneticamente progettato per uscire dalla caverna e cacciare i dinosauri con la clava sarebbe impaurito da una femminuccia… Sonore minchiate.

Uomo fragile

Amiche mie, se un uomo vuole davvero una donna la trascina per i capelli. Mai credere che un uomo si spaventi! La spiegazione è un’altra.

Paura di amarmi

Quello che vi propina dubbi e insicurezze in fondo è sicuro di una cosa: non vi vuole davvero e alimenta la vostra illusione di essere forti manipolandovi sottilmente, inconsapevolmente surfando sull’incomunicabilità tra i sessi post-femminista o senza neanche pensarci troppo.

Eppure queste ragazze tutte forti (a proposito, al posto di “forti” gli uomini dicono “arraggiate”), “io emancipata”, “l’utero è mio” (oggi declinato come “la do a chi mi pare strabiliandomi del fatto che il giorno dopo non mi si ricontatti su WhatsApp”), poi piangono lacrime amare. O risolvono con la storia dell’uomo non uomo dei tempi moderni.

Si sentono indomite eppure ciascuna indomita sogna chi la domi.

So many dreams about you and me

Faccia da monito la storia di Didone nell’Eneide. Regina bellissima e astuta, capace di dire no a chi voleva sposarla quando rimase vedova e di partire per fondare Cartagine, si innamora di quel fesso di Enea (che se la tira un po’ precorrendo l’atteggiamento dell’uomo contemporaneo apallico) per cui si uccide.

Didone ed Enea

L’uomo che vi starà accanto abbia lo spazio per esserlo. Lasciate che possa proteggervi e rimanete un passo indietro, obbligandolo a essere responsabile della vostra felicità. Forti non lo siete come pensate, come loro non sono deboli. La parità non è un conflitto ma una collaborazione.

La parità non è un conflitto ma una collaborazione

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lunedì 18 agosto 2014

Io “parlo male” di chi se lo merita

Pecora/lupo

Secondo una retorica del successo che si è recentemente diffusa, specialmente nel mondo delle startup, ci sono degli argomenti che non si dovrebbero trattare, delle forme che non si dovrebbero usare, delle parole che non si dovrebbero dire.

È quella retorica della comunità e della condivisione, dello spalleggiamento e del buonismo. Andiamo, sapete di che cosa sto parlando.

Criticare è considerato un segnale di invidia, meglio un complimento (che costa meno, anzi è gratis), invece di dire no sarebbe meglio dire «sì, e…», la parola “io” andrebbe evitata, meglio “noi”. E altre simili “comandamenti” del politically correct.

Ne comprendo lo spirito ma non sempre sono d’accordo.

Come si fa a costruire comunità sane se i soggetti che si rendono responsabili di comportamenti socialmente riprovevoli (ad esempio condotte professionalmente e/o umanamente scorrette) non vengono indicati a chi non li conosce per come agiscono in onore al divieto di critica? Il gregge non deve essere rifugio di qualche lupo e condividere le informazioni (anche in vista di sanzioni sociali) è un valore più alto del “bon-ton” in un gruppo.

Come si ha l’opportunità di valutare e correggere i propri errori senza una schietta peer review fatta anche di quei “no” che fanno crescere? Le critiche possono essere costruttive.

La necessità di fare gruppo non soffoca a volte individualità brillanti sacrificandone i guizzi all’interesse di non lasciare indietro nessuno e di livellare? L’individualismo non è sempre egoismo.

Non abbiate paura quindi di criticare apertamente, di dire no sinceramente, di dire “io” umilmente.

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mercoledì 6 novembre 2013

Quel bot che fa più engagement della content curation umana

Bot

Quante volte avete letto che il contenuto è il re della foresta del web e che la cura dei contenuti, la content curation, è molto importante perché costruisce valore, rafforza il marchio, attira traffico? Beh, ogni regola ha una sua eccezione ed è di uno strano caso che vi parlerò oggi.

Rosalio, il multiblog di Palermo che gestisco, sta per compiere otto anni e con una certa immodestia posso dire che si tratta di un piccolo caso da manuale (non certo per meriti soltanto miei, gli autori hanno contribuito moltissimo): il blog è considerato una delle principali esperienze local in Italia, è stato citato su giornali e trasmissioni radiofoniche e televisive anche nazionali e ha interagito con la politica, l’economia e la cultura cittadine, persino facendo aggregare i cittadini che poi hanno dato vita a un parco urbano in un terreno inutilizzato, il Parco Uditore. Nell’ambito di questa esperienza, precedente al boom dei social media in Rete, mi sono trovato a dovere fare i conti con l’arrivo del microblogging e di tutto il resto. Quando twitter ha cominciato a svilupparsi mi sono chiesto come poteva utilizzarlo il blog. E qui è arrivata la soluzione (e poi l’anomalia che vi vorrei raccontare).

Nel 2009 abbiamo creato un profilo twitter denominato Palermer. L’idea era di andare oltre alla pubblicazione dei link ai post del blog e di inserire contenuti che riguardassero la città di Palermo, retweet di altri utenti, link a siti e blog che se ne occupassero e coperture live di momenti significativi, ad esempio i terremoti (ogni tanto capitano). Uno di questi contenuti, da noi inizialmente tenuto in scarsissima considerazione, è un aggiornamento meteo. Abbiamo realizzato un bot quindi che prende i dati da Yahoo! Weather e li mette online quattro volte al giorno (mattina presto, tarda mattinata, primo pomeriggio, sera).

Il “problema” è che questo contenuto è uno di quelli che creano maggiore engagement!

Gli utenti retwittano il meteo, a volte commentandolo, e sono pronti a evidenziare ogni piccola differenza climatica tra il loro quartiere e il dato twittato (che viene raccolto nei pressi dell’ex aeroporto di Boccadifalco, ma il territorio è grande e capita che piova in una zona e che il tweet parli di un temporale quando altrove il sole fa capolino). In qualche caso citano il tweet e aggiungono una foto. Spesso lo mettono tra i tweet preferiti.

Insomma, i contenuti selezionati accuratamente dagli esseri umani per essere postati spesso perdono miseramente nel confronto con il bot dal cuore di silicio, amato dagli utenti che gli tributano un quotidiano “sacrificio” di tonnellate di engagement. Non è un po’ frustrante? :)

Non è certo il primo né l’ultimo caso di bot “famosi”, ad esempio qualche mese fa si diffuse una vera e propria febbre per Horse ebooks, un enigmatico profilo che twittava frasi in un certo qual senso poetiche e link a un negozio di libri elettronici sui cavalli. Dopo aver superato i duecentomila follower e avere ispirato una graphic novel si è venuto a sapere che dietro c’era Jacob Bakkila, un ventinovenne che si fingeva bot “per l’arte”.

Nel caso di Palermer invece la vera “star” è proprio un bot, giuro.

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lunedì 15 luglio 2013

Chat gris

Un gatto riposa su un terrazzo. È invisibile ma molto determinato. Noi che siamo determinati lo vediamo lo stesso. A volte la determinazione è invisibile.

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sabato 2 marzo 2013

L’iWatch sarà così?

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